Switch to Linux: i miei buoni motivi per farlo.

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Switch to Linux: espressione celebre che in italiano suona come “Passaggio a Linux” e che significa passare ad utilizzare il sistema operativo open-source Linux dopo aver utilizzato, per un tempo più o meno lungo, uno dei due sistemi operativi commerciali dominanti: Microsoft Windows o Apple macOS (sì, ha cambiato nome un’altra volta, dopo essersi chiamato Mac OS, Mac OS X e OS X).

Sono stato per molti anni un utilizzatore felice del sistema operativo Apple (ovviamente su hardware della stessa marca) e per motivi di lavoro mi sono occupato quanto basta di Microsoft Windows (da XP in poi). Ma ultimamente ho deciso: passo a Linux.

I buoni motivi per farlo sono davvero molti e si sono man mano accumulati e precisati nel tempo: per darne un resoconto dettagliato servirebbe uno spazio molto maggiore di quello di un singolo articolo su un blog, e servirebbero anche dei lettori molto pazienti. In mancanza di entrambe le cose, mi limito qui ad elencare i miei motivi principali per fare lo “Switch to Linux”, rimandando ad articoli successivi l’approfondimento su singoli punti.

Diciamolo subito, tra i motivi del mio passaggio a Linux non c’è la gratuità: il fatto che questo sistema operativo sia open-source e gratuito mi sembra un elemento importante nella progettazione del sistema informatico di una piccola o media azienda, dove i costi delle licenze del software incidono in maniera significativa sul budget dell’impresa. Ma nella decisione di un singolo esperto di informatica che lavora su base individuale, l’elemento della gratuità del software è meno decisivo, contano più altri fattori come l’affidabilità e l’efficienza del software stesso.

Vediamo dunque i motivi del mio passaggio a Linux e del mio congedo (con rammarico) da Apple e (senza rammarico) da Microsoft.

Congedo da Microsoft Windows:

1) Manutenzione e Ripristino del Sistema informatico:

Chi si è trovato a fare un’installazione da zero di Linux su una macchina dove era precedentemente installato lo stesso Linux oppure un altro sistema operativo, sa che si tratta di un’operazione molto veloce, un’ora o poco più, dopo di che si è subito operativi e “back in business”. Chi si è trovato a fare la medesima operazione con Windows ha sempre dei brutti ricordi in proposito: un’intera giornata di lavoro sprecata, soprattutto nei proibitivi tempi di attesa del download e dell’installazione degli aggiornamenti di sistema.

Faccio solo un esempio preso dalla mia esperienza: ho effettuato diverse reinstallazioni da zero di Windows 7 in alcuni PC con software di sistema danneggiato. Dopo il ripristino della versione originale del sistema operativo (dalla partizione di ripristino) ho dovuto naturalmente scaricare ed installare tutti gli aggiornamenti di Windows 7 posteriori alla data del sistema originale ripristinato: si trattava di un cospicuo pacchetto del peso di qualcosa tra 300 e 400 MB. Bene, con un qualsiasi sistema Linux, scaricare ed installare un pacchetto di aggiornamenti di queste dimensioni è un affare di routine, che si fa una volta a settimana e che richiede tra download e installazione meno di mezz’ora (con una connessione internet di velocità non eccezionale). Ma Windows 7, per portare a termine un’operazione analoga, ci ha messo più di dodici ore: solo per installare l’aggiornamento di una singola applicazione come Internet Explorer 11 ci è voluta più di un’ora e mezza. Secondo me un sistema operativo che richiede tempi tecnici di tale entità per il ripristino delle condizioni operative normali non può essere proposto come un serio strumento professionale. Lo svantaggio di Windows rispetto a Linux viene inoltre ulteriormente accresciuto dal fatto che in una reinstallazione di Linux sono comprese anche le principali applicazioni di uso generale (un Browser, un Client di posta elettronica, LibreOffice come gestionale da ufficio, ecc.) mentre in Windows queste vanno quasi tutte reinstallate a parte, allungando ulteriormente dei tempi già lunghi.

2) Inconsistenza e Schizofrenia nella Esperienza utente:

Tutti ricordano con fastidio l’introduzione della nuova interfaccia utente di Windows 8, con la schermata Start al posto del menù Start e quelle strane “mattonelle” che rappresentavano una nuova generazione di applicazioni (chiamate App Metro o Modern, non si è mai capito) dalla non chiara utilità. Ho discusso già altrove in questo blog l’errore fondamentale commesso da Microsoft nell’imporre un’interfaccia simile agli utenti, che giustamente non l’hanno digerita.

Windows 10 ha cercato di correre ai ripari ripristinando il menù Start in modo più o meno tradizionale, ma sostanzialmente si trascina dietro ancora il peso della schizofrenia introdotta con Windows 8. Da un certo punto di vista la versione 10 ha peggiorato le cose invece di migliorarle: le App a “mattonella” adesso si integrano con le altre ma con un aspetto ed uno stile di interfaccia completamente differente che rende l’integrazione di fatto inesistente. Le cose sono ulteriormente complicate dal fatto che molte di queste App non funzionano se non si ha un proprio Account Microsoft. Per questo ultimo motivo molti utenti si limitano ad ignorare completamente le App a “mattonella” e corrono ad installare le applicazioni desktop che sono abituati ad usare. Ma attenzione, la maggior parte delle App a “mattonella” restano attive in background, e consumano preziose risorse del sistema (RAM e CPU) se non vengono disattivate manualmente.

Faccio solo un esempio del paradosso introdotto: esistono adesso ben due Pannelli di Controllo per le impostazioni del sistema operativo, quello principale denominato Impostazioni e quello tradizionale denominato Pannello di Controllo. Era già complicato trovare le impostazioni cercate con il vecchio Pannello di Controllo: con due applicazioni preposte alla stessa funzione diventa quasi una caccia al tesoro. E soprattutto è un grave errore di progettazione e design dell’interfaccia utente, che comporta grande perdita di tempo e spreco di energie per i nuovi utenti del sistema. In Linux ovviamente non c’è nulla di tutto questo: l’impianto resta tradizionale ma anche semplice e coerente.

3) Aggiornamenti e Rallentamenti:

L’abbiamo sperimentato tutti: dopo un aggiornamento il nostro Windows non è più quello di prima, tutto funziona in modo più lento, sono spariti vecchi errori dal Visualizzatore Eventi (Event Viewer) ma ne sono comparsi di nuovi. Windows 10 non fa eccezione alla vecchia, odiosa regola: anche dopo tutti gli accorgimenti del caso per alleggerire il carico delle risorse di sistema impiegate, Windows 10, dopo l’installazione dell’Anniversary Update (estate 2016) è comunque un po’ più lento di prima, anche se non di molto. Regola confermata.

Da principiante del mondo Linux, ho installato per primo il solito Linux Ubuntu, versione 14.04 LTS (la versione del 2014, con Long Term Support cioè supportata, quanto ad aggiornamenti, per 5 anni, fino al 2019). Ultimamente ho installato su questa versione l’aggiornamento del kernel (componente base) e dei driver video open-source. Risultato: dopo l’aggiornamento Linux è sensibilmente più veloce di prima, non più lento. Ho anche installato in dual-boot con Windows 10, sul mio Notebook, una versione di Linux dotata dell’ambiente desktop che preferisco cioè KDE Plasma: pur trattandosi di una distribuzione Linux non particolarmente elogiata dagli esperti del ramo, Linux Kubuntu 16.04 LTS, l’esecuzione dell’interfaccia utente e delle applicazioni, sul medesimo hardware, è sensibilmente più veloce in Linux rispetto a Windows. E l’ambiente grafico di KDE non sacrifica nulla nemmeno dal punto di vista dell’eleganza rispetto a Windows, almeno a mio parere.

Congedo da Apple macOS:

1) Subordinazione dell’Ambiente Desktop a quello dei dispositivi mobili:

Confesso, mi è costato un tantino ammettere che non ero più un fan di Apple: ma è la verità. Ultimamente l’interesse di Apple sembra essersi spostato totalmente dalla parte dei dispositivi mobili, l’iPhone in testa, l’Apple Watch e altri aggeggi del genere. Dato che gran parte dei loro profitti proviene dalla vendita di questi dispositivi la cosa è comprensibile: ma non siamo obbligati a condividerla. Io personalmente non la condivido: per me resta il PC lo strumento di lavoro prevalente. Dal punto di vista della produttività anche il miglior tablet non può ancora competere con un buon Notebook, checché ne dicano certi esperti di tendenze.

Un esempio della tendenza in atto in quel di Cupertino è l’ultima versione del sistema operativo desktop di Apple, che ora si chiama macOS. Nella versione denominata Sierra le nuove funzioni introdotte sono quasi tutte legate all’integrazione con i dispositivi mobili di casa Apple: di specifico per l’ambiente desktop non c’è quasi nulla. Ma l’aspetto peggiore di questo spostamento verso la filosofia dei dispositivi mobili è che tali dispositivi sono basati su sistemi chiusi (iOS, watchOS, tvOS) cioè sistemi operativi che non consentono all’utente alcun accesso a strumenti avanzati di configurazione (nel macOS resta ancora il Terminale, ma forse non per molto): questo significa la perdita di ogni spazio di manovra (quindi di libertà) per gli utenti, che consenta loro di adattare il sistema alle proprie esigenze ed anche di intervenire con misure di diagnostica e manutenzione in proprio. Con i sistemi chiusi tutto questo non è più possibile, l’utente non ha alcuna libertà se non quella di prendersi il tutto a scatola chiusa: se funziona, bene, se non funziona, buonanotte. Ma il messaggio che passa è forse anche meno simpatico: “se vi piace, bene; se non vi piace, fatevelo piacere”.

Linux, ovviamente, è proprio un altro pianeta rispetto a tutto questo, dato che uno dei suoi punti di forza è proprio la libertà degli utenti nel poter adattare il sistema alle proprie esigenze. Nell’ambiente desktop KDE, già citato, perfino i dettagli minuti dell’interfaccia utente grafica (GUI) sono personalizzabili tramite appositi strumenti, e per chi sa usare il Terminale le possibilità sono semplicemente infinite. Con Linux, invece di doverci noi adattare ad una esperienza utente decisa altrove da designer non sempre geniali, ci costruiamo la nostra esperienza utente adattandola alle nostre personali esigenze, che evolvono man mano nel tempo insieme al nostro sistema operativo, aperto e flessibile come Linux è da sempre, per nascita e per vocazione.

2) Limitazione della Libertà di scelta del software:

Nelle ultime versioni del sistema operativo Apple è stata inserita una funzione, denominata Gatekeeper, che limita la possibilità di usare applicazioni che non provengano dall’emporio online di Apple (Apple Store): ufficialmente la funzione viene presentata come una misura di protezione per l’utente, per proteggerlo dai possibili danni conseguenti all’installazione di software “non certificato”. Ma di fatto si tratta di una limitazione nella libertà di scelta del software, dato che tra il software escluso e bloccato da Gatekeeper vi sono anche molte applicazioni open-source (ad es. il notissimo LibreOffice) che sono del tutto affidabili anche se non sono distribuite attraverso l’Apple Store. Vi era comunque anche la possibilità per l’utente di disattivare questa limitazione, per poter installare software di sua fiducia che però non abbia ricevuto il nulla osta di Apple. Nella versione più recente del sistema operativo (Sierra) questa limitazione viene ulteriormente appesantita, dato che è stata tolta l’opzione di disattivazione di Gatekeeper: questo software, come dice il suo nome, adesso è diventato un severo guardiano che ci impedirà di installare del software, anche ottimo, che però la Apple, per motivi suoi, non vuole che utilizziamo. Ricordo ancora lo slogan della Apple nel 1984, ai suoi esordi: il concetto di libertà degli utenti era al centro del messaggio. Io me lo ricordo ancora, ma alla Apple se lo sono dimenticato, specie dopo la scomparsa di Steve Jobs.

Congedo da Microsoft e Apple insieme:

1) Privacy e Controllo, naturalmente:

La questione è ben nota, soprattutto per quanto riguarda Windows 10: nell’ultima versione del sistema operativo Microsoft una grande quantità dei moduli software del sistema comunica in continuazione con i server remoti di Microsoft, inviando e ricevendo dati relativi al nostro sistema. Non si tratta solo di funzioni legate agli aggiornamenti di sistema automatici ma anche di funzioni di monitoraggio e raccolta dati sul nostro modo di usare il computer: è la filosofia dei Big Data, che comporta un monitoraggio su vasta scala delle abitudini operative degli utenti. Alcune di queste funzioni di monitoraggio remoto sono disattivabili o riducibili al minimo, ma non possono comunque essere disattivate tutte e completamente: sta scritto a chiare lettere nel contratto di licenza di Microsoft.

Non si tratta solo di un problema di privacy, che comunque esiste, dato che dalla documentazione non è chiaro quali siano gli esatti limiti della Microsoft nell’accedere ai files contenuti sul nostro PC ed avendo potenzialmente accesso a tutti i nostri contenuti personali da remoto. Ma c’è anche un’altra conseguenza non meno fastidiosa: questa attività non disattivabile di monitoraggio da remoto implica che una parte più o meno consistente della nostra banda di connessione e della potenza di calcolo del nostro PC vengono utilizzate da moduli di connessione remota di Microsoft, che operano nell’esclusivo interesse della Microsoft stessa, senza alcun vantaggio esplicito per noi utenti finali. Ma la banda di connessione la paghiamo noi per intero, così come abbiamo pagato per intero la potenza di calcolo del nostro PC: non è quindi corretto che la Microsoft ci sequestri, per i propri fini, una porzione più o meno grande di tali risorse che sono di nostra esclusiva proprietà, da noi acquistate e pagate per intero.

E il problema non è affatto solo di Windows 10: chi fa uso di una delle ultime versioni del sistema operativo Apple avrà forse notato, nell’applicazione Monitoraggio Attività, diversi moduli denominati xpcd: sono moduli di interconnessione tra applicazioni e di connessione remota, continuamente collegati con i server remoti di Apple sia per l’esecuzione di vari servizi basati sul web (come iCloud, l’Apple Store, ecc.) sia per il monitoraggio delle nostre operazioni ed abitudini. Anche nel caso della Apple il sistema operativo del nostro Mac “chiacchiera” continuamente con i server remoti della casa madre: di che cosa staranno mai “chiacchierando” tra loro? Non possiamo saperlo con precisione, e facendo questo usano gratuitamente una parte della nostra preziosa banda di connessione, così come della potenza di calcolo della nostra CPU.

Con l’ampliarsi della banda di connessione (fibra ottica), la possibilità di questi sistemi operativi commerciali di fare uso della nostra ampiezza di banda per fini non del tutto chiari riguardo ai nostri PC, si accrescerà sempre di più, rendendo il problema della nostra privacy sempre più difficile da mantenere sotto controllo. Con Linux tutto questo non sarebbe possibile, proprio per il fatto che si tratta di un sistema open-source: questo significa che il cosiddetto “codice sorgente” (le istruzioni di programmazione che compongono il software) non è un segreto industriale, come nel caso di Microsoft e Apple, ma è aperto a tutti e di pubblico dominio. Se nelle istruzioni di Linux vi fosse una qualche istruzione o operazione contraria agli interessi o alla privacy degli utenti, qualcuno nella vasta comunità mondiale degli sviluppatori di Linux, leggendo il “codice”, se ne accorgerebbe e lo segnalerebbe pubblicamente: e a quel punto qualcun altro correrebbe ai ripari creando una variante di Linux che non contenga il “codice” nefasto. Linux è cioè un sistema operativo perennemente sottoposto al “controllo pubblico” della comunità di sviluppatori ed utenti, e non ha una Corporation come unico ed esclusivo “padrone”.

Insomma, per quanto mi riguarda ho deciso: faccio lo Switch to Linux!

P.S.: Qualcuno, arrivato a questo punto, magari dirà: “Ma non doveva essere un articolo breve? Alla faccia!”. Se lo dice ha assolutamente ragione.

Nota: la mia esperienza ed il mio lavoro sui sistemi Linux possono essere seguiti sul sito www.senigallinux.it.

Mi occupo di sviluppo e messa a punto di sistemi informatici basati su software open-source, gratuito o a basso costo. Ritengo sia possibile ottenere risultati di eccellente livello, in termini di qualità e produttività, a costo zero per quanto riguarda il software ed a costi contenuti per quanto riguarda l'hardware. Attualmente mi dedico alla messa a punto di sistemi informatici basati sul sistema operativo open-source Linux, usando le versioni più accessibili e di facile utilizzo (Ubuntu, Mint, ecc.). Ritengo che Linux possa essere proposto a tutti come una validissima alternativa gratuita a Microsoft Windows, anche in ambiti professionali. Sul versante del web mi dedico in particolare all’utilizzo in chiave professionale dei numerosi strumenti gratuiti offerti dal Mondo Google, che non è solo Posta elettronica (Gmail) ma molto altro.

Pubblicato su Linux, Open-source

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